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- Il WEF potrebbe lasciare Davos dopo 55 anni di incontri.
- Il bilancio annuale del WEF è di circa 504 milioni di euro.
- Quote di ingresso: da 52.000 a 628.000 dollari.
Da oltre mezzo secolo, il pittoresco villaggio alpino di Davos, in Svizzera, è stato il palcoscenico del World Economic Forum (WEF), un evento annuale che riunisce leader politici, economici e intellettuali da tutto il mondo. Tuttavia, dopo 55 anni di incontri tra le cime innevate, il futuro di Davos come sede del WEF è incerto. Larry Fink, presidente di BlackRock e co-presidente ad interim del consiglio direttivo del WEF, ha sollevato la questione di un possibile trasferimento permanente del summit o dell’adozione di un sistema di rotazione tra diverse sedi globali. Tra le città candidate a ospitare il Forum figurano Detroit, Dublino, Giacarta e Buenos Aires.
La motivazione principale dietro questa potenziale svolta è la percezione che il WEF sia diventato eccessivamente elitario e distante dalle realtà del mondo moderno. Fink ha sottolineato la necessità per il Forum di “presentarsi e ascoltare” nei luoghi in cui il mondo si sta realmente costruendo, suggerendo che Davos potrebbe non essere più il luogo ideale per questo scopo. Nel corso dell’edizione 2026 del WEF, in programma dal 19 al 23 gennaio, il panorama è caratterizzato da significative tensioni geopolitiche. Partecipano illustri personalità come Donald Trump, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen, mentre sorprende l’assenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Le radici e l’evoluzione del Forum
Il World Economic Forum, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Ginevra, fu fondato nel 1971 dall’economista tedesco Klaus Schwab, inizialmente noto come “European Management Forum”.
L’intento originario era quello di promuovere il dialogo tra i vertici europei e nordamericani.
Nel 1987, l’organizzazione ha mutato la sua denominazione in “World Economic Forum”, ampliando il proprio mandato a “migliorare lo stato del mondo coinvolgendo leader di business, politica, accademia e società civile”.
L’evento annuale di Davos, inizialmente un incontro tra soli manager d’impresa, si è evoluto nel tempo fino a includere leader politici, accademici, leader religiosi, rappresentanti di ONG e giornalisti. Oggi, il WEF attira circa 3.000 partecipanti paganti, tra cui amministratori delegati delle maggiori aziende mondiali, capi di Stato e di governo, ministri e altre figure influenti.
Con un bilancio annuale di circa 504 milioni di euro (equivalenti a 469 milioni di franchi svizzeri) per l’anno fiscale 2024-2025, il WEF si distingue come un’organizzazione di notevole portata finanziaria. Le quote di ingresso variano da 52.000 dollari per un membro individuale a 628.000 dollari per un “Strategic Partner”. L’ammissione costa 19.000 dollari a persona.

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Critiche e controversie
Nonostante il suo prestigio e la sua influenza, il World Economic Forum è stato oggetto di numerose critiche nel corso degli anni. Il movimento no-global ha contestato il Forum fin dalla fine degli anni ’90, accusandolo di promuovere un capitalismo che aumenta la povertà e la distruzione ambientale. Un’obiezione ricorrente concerne la contraddizione in termini di impatto ambientale, poiché molti partecipanti raggiungono la sede con jet privati, pur discutendo di crisi climatica.
Tra gli altri punti di discussione emergono: l’influenza sproporzionata delle multinazionali “partner strategici” nella definizione delle tematiche, la condizione di esenzione fiscale dell’ente, i processi decisionali poco chiari, la scarsa presenza femminile e l’onere economico per la sicurezza pubblica sostenuto dai contribuenti elvetici.
Davos: crocevia di diplomazia e riconciliazione
Nonostante le critiche, Davos ha anche svolto un ruolo significativo nella storia della diplomazia internazionale. Nel 1988, Grecia e Turchia, sull’orlo di un conflitto armato per il controllo dell’Egeo, si sono sedute allo stesso tavolo a Davos, dando vita alla “Dichiarazione di Davos”, che ha evitato la guerra e aperto un canale di dialogo duraturo. Nel 1989, i ministri di Corea del Nord e Corea del Sud si sono incontrati per la prima volta dalla divisione della penisola. Nel 1992, Nelson Mandela e Frederik de Klerk sono apparsi insieme su un palco internazionale, stringendosi la mano e mandando un messaggio potente sulla possibilità di riconciliazione in Sudafrica.
Nel 1994, Shimon Peres e Yasser Arafat siglarono a Davos un’intesa cruciale che delineava un quadro per Gaza e Gerico, accelerando il processo di pace nel Medio Oriente.
Un nuovo capitolo per il World Economic Forum?
La possibile perdita della sede storica di Davos potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per il World Economic Forum. Se le proposte di Fink si concretizzeranno, potremmo assistere a un Forum meno elitario, più distribuito geograficamente e più vicino ai “luoghi dove il mondo moderno si costruisce davvero”. Il 2026 potrebbe essere l’anno di svolta che porterà a un “Forum di Detroit” o a un “Forum di Giacarta”, aprendo nuove prospettive e opportunità per il dialogo e la cooperazione internazionale.
Davos: un’eredità da custodire, un futuro da reinventare
Il World Economic Forum è giunto a un bivio decisivo: dovrebbe continuare seguendo l’eredità consolidata di Davos oppure spostarsi verso una visione più inclusiva con respiro globale. Tale decisione avrà ripercussioni notevoli sul posizionamento del Forum all’interno dell’arena internazionale oltreché sulla sua efficacia nel confrontarsi con le complesse problematiche del XXI secolo.
L’eventualità di diversificare i luoghi che ospitano il WEF rivela l’opportunità d’includere voci diverse ed ampliate; tale movimento ha il potenziale d’apportare innovazioni al dialogo economico-politico contestualizzandolo in scenari differenti. Tale strategia potrebbe ridurre le critiche mosse sull’aspetto elitario del forum ed incrementarne l’attinenza alle attuali sfide globali.
Uno dei temi cardine sia dell’economia sia della finanza — intimamente interconnesso ai lavori relativi al World Economic Forum — è senza dubbio la globalizzazione. Quest’ultima designa l’accresciuta interconnessione delle economie su scala mondiale mediante scambi commerciali, flussi d’investimento anche transfrontalieri, movimentazione dei capitali, migrazioni umane nonché tramite la circolazione tecnologica. Il WEF, con la sua vocazione a riunire leader di diversi settori e paesi, è un attore chiave nel processo di globalizzazione.
Un concetto più avanzato è quello della teoria degli stakeholder. Questa teoria, sviluppata da R. Edward Freeman, sostiene che un’organizzazione dovrebbe considerare gli interessi di tutti i suoi stakeholder (portatori di interesse), non solo degli azionisti. Gli stakeholder includono dipendenti, clienti, fornitori, comunità locali e l’ambiente. Il WEF, con la sua missione di “migliorare lo stato del mondo”, sembra abbracciare implicitamente la teoria degli stakeholder, cercando di bilanciare gli interessi di diverse parti interessate.
Riflettiamo: il futuro del World Economic Forum è strettamente legato alla sua capacità di adattarsi ai cambiamenti del mondo e di rispondere alle critiche che gli vengono mosse. La scelta di rimanere a Davos o di esplorare nuove sedi è una decisione strategica che avrà un impatto duraturo sul ruolo del Forum nel panorama internazionale. Che traiettoria assumerà il WEF in futuro? In che modo tale scelta avrà ripercussioni sul corso della globalizzazione e sulle dinamiche della cooperazione internazionale?







